- Ferrario Giammaria (2^EL1)
- 27 gennaio 2022
In occasione della Giornata della Memoria sentiamo forte il bisogno di dare un contributo, di condividere la nostra breve ma totalizzante esperienza di spettatori e ascoltatori di storie sulla Shoah, resa possibile dalla partecipazione all’incontro con l’autore Enzo Fiano, avvenuto presso l’auditorium della nostra scuola, il 25 ottobre scorso.
Nato a Firenze e cresciuto a Milano, pianista e scrittore, presidente del Conservatorio di Como, Enzo Fiano porta avanti la sua testimonianza, soprattutto in quanto depositario dei racconti di dolore e orrore dei membri della sua famiglia, alcuni dei quali, come il padre Nedo, sopravvissuti «per miracolo o per caso» allo sterminio ebraico.
Grazie alla sua presenza gli alunni dell’istituto hanno avuto modo di misurarsi con la terribile tragedia vissuta dai suoi antenati: le leggi razziali, i rastrellamenti, i tentativi di fuga, l’incarcerazione e la deportazione, prima a Fossoli, poi ad Auschwitz. Ed, infine, anche la salvezza, ma non per tutti.
A partire dalle pagine del suo romanzo Charleston. Storia di una grande famiglia travolta dalla Shoah (2021) e di quello scritto dal padre Nedo, A5405. Il coraggio di vivere (2018), egli prova a chiarire, tramite fotogrammi, le ingiustizie vissute dalla comunità ebraica durante il Ventennio fascista e la Guerra.
È il 17 novembre 1938: le leggi razziali entrano in vigore nel Regno d’Italia. Nedo Fiano, bambino tredicenne, colpevole di essere ebreo, viene espulso da scuola; i suoi genitori – i nonni paterni di Enzo – perdono il lavoro. All’età di 18 anni lui comincia a svolgere dei lavori sotto falsa identità, nascondendosi dai persecutori, ma viene scoperto a causa di un delatore.
La «discesa negli Inferi» inizia con l’incarcerazione nel penitenziario di Firenze: qui gli “sporchi ebrei” - così venivano chiamati - sono rinchiusi, in numero di nove/dieci, in celle claustrofobiche, senza letti, con un buco nel quale compiere i propri bisogni corporali; gli altri carcerati conoscono le atrocità cui essi andranno incontro, ma preferiscono tacerle, per evitare di abbatterli ulteriormente. Dopo un mese, Nedo ed i suoi genitori vengono scarcerati e caricati su un treno per un viaggio devastante, senza ritorno, dalla destinazione sconosciuta.
I passeggeri si ritrovano ammassati in vagoni piccolissimi, di legno, con minuscole fessure per far passare la luce, e con due bacinelle, a carrozza, per i bisogni fisici.
«[…] Stipati, sbattuti, inconsapevoli, senza sapere alcunché, persi, travolti da un digiuno impossibile, travolti dal gelo, sporchi di ogni sporco di dieci infiniti e sconosciuti giorni» giungono ad Auschwitz. Qui si separano gli uomini dalle donne, gli anziani dai giovani; chi è ritenuto idoneo va nel campo di lavoro, chi no nel campo di sterminio.
Durante lo smistamento, Nedo incontra per l’ultima volta la madre: consapevole di ciò che sta per accadere, ella lo abbraccia e lo saluta per l’ultima volta. Lui non la rivedrà più: nel panico, tra le urla, viene da subito incolonnata nella fila per le «atroci camere a gas», poi «cancellata nel forno crematorio».
Per Nedo l’incubo è appena iniziato: dopo la selezione, la spersonalizzazione. Lui e gli altri vengono rasati, fatti spogliare, sottoposti a docce gelide, fatti vestire con degli stracci a righe e marchiati a fuoco con un numero. Il suo è A5405.
Ogni mattina bisogna svegliarsi all’alba, recarsi nel cortile del campo, dove avviene l’appello. Gli “assenti” sono oggetto di una strenua “caccia all’uomo”, quindi vittime di una punizione orrenda: sessanta frustate, contate in tedesco. Chi perde il conto o non è in grado di proseguire, ricomincia da capo.
Alcuni anni dopo, l’inatteso miracolo: la Liberazione, che riporta lui e gli altri sopravvissuti a tornare verso non si sa bene cosa, «mezzi morti», non solo nel «povero corpo». Accanto al rimpianto e all’angosciante necessità di non soccombere di fronte a quel «mare di incubi», permane il bisogno di «reagire, di rinascere, e di vivere, e di avvertire, di spiegare, di far sapere, di raccontare». Un bisogno ereditato anche dal figlio Enzo, che trova nella musica un antidoto al male assoluto patito dai suoi, una tregua agli oscuri pensieri che gli offuscano la vita, sin da subito. Ai perché senza risposta.
Un incontro quello con Fiano da cui non si torna indietro, da cui si esce scossi, cambiati, cresciuti tutt’a un tratto. Carichi di quell’impellente urgenza di avvertire, di imparare a scovare e a riconoscere ciò che si cela dietro fatti e segnali, apparentemente innocui; a scoprire maschere che nascondono il volto di un mare di disumanità.
Nedo muore nel 2020, Enzo continua a raccontare, a ricordare anche per chi non ne ha avuto la possibilità. Noi seguiamo il suo esempio, anche proponendo di seguito un omaggio al suo lavoro.