- Andrea Grillo (3^ELT1)
- 28 marzo 2023
La poesia: un confuso insieme di parole alla rinfusa, sconnesse e prive di significato. Probabilmente è ciò che siamo tentati di pensare dei componimenti poetici.
Ma siamo davvero convinti che sia solo questo? Basterebbe poco, in realtà, per scoprire che così non è. Sarebbe sufficiente osservare quelle parole spoglie, “eroiche”, intervallate da silenzi, con un occhio più attento, lasciandosi penetrare dal loro suono, pervadere dal loro senso; abbandonarsi all’irrazionalità della loro disposizione. Se così fosse, non correremmo il rischio che la poesia venga considerata un esercizio sterile, un inutile ed indecifrabile orpello delle nostre vite. Sì, è vero, le poesie sono scritti ardui da comprendere, ma lo sforzo viene ripagato da quello che ci offrono: accostamenti inaspettati, contrasti e simmetrie, sonorità familiari o estranee, pause e silenzi, spazi bianchi, vuoti da riempire, “la limpida meraviglia di un delirante fermento”.
Esse destano ricordi, sentimenti, talvolta anche abbastanza forti da suscitare in noi un cambiamento, un allontanamento, una presa di coscienza o di posizione; rappresentano un’esortazione ad ascoltareil nostro io, a fare un viaggio in noi stessi. Proprio questo, infatti, fa della poesia una necessità, un bisogno della nostra vita interiore, un richiamo dell’anima.
Rispetto al passato, il numero di lettori di testi poetici è drasticamente calato, come ci dimostrano idati sugli acquisti in libreria. Sarà la difficoltà a immergerci nella profondità dell’abisso, nel “porto sepolto” che ci allontanasempre più da essa, condannandoci ad una vita in superficie, all’incapacità di esplorare per davveroi nostri vissuti? Ignoriamola, ma così finiremo per rinchiuderci in noi stessi, nel silenzio di vita rumorose eassordanti. Non essendo più abituati a vivere, a stare dentro alle emozioni forti, nemmeno aimmaginarle, crolliamo. Crolliamo di fronte alla rabbia, crolliamo di fronte alla paura, crolliamo difronte alla delusione, crolliamo di fronte alle nostre insicurezze, come degli estranei, sconosciuti anoi stessi. J’accuse. Dico “Bravi!”, complimenti agli in-sensibili (coloro che non “sentono”), complimenti a chi è incapace di riconoscere la propria ira o le proprie angosce, complimenti, perché è giusto così! È corretto respingere la poesia! Non leggete! Non soffermatevi su inutili frasi senza senso! Ripudiate Pascoli! Adiratevi con Ungaretti! Disprezzate Alda Merini! Poiché non hanno nulla da insegnarvi!
Voi dite che la poesia è inutile alla società, giusto? Io vi dico che è l’unica cosa che può salvarla.
La poesia deve sopravvivere ad ogni costo, affinché il nostro passo veloce e spedito rallenti un pochino e ci sottragga all’obbligo della corsa; affinché impariamo di nuovo a ricercare un momento di quiete, una pausa dalla frenesia di giornate piene di niente e povere di tutto, a soffermarci su un pensiero, su una riflessione, su noi stessi.
Se sia più utile questo esercizio al rallentamento o l’allenamento in vista di una gara di velocità, lo stabilirete in un secondo momento. Per ora sospendete il giudizio.
Credetemi quando vi dico che le poesie sono occasioni, possibilità, per un pensiero inaspettato, un punto di vista nuovo, un dubbio plausibile; ci lasciano viaggiare nel mondo degli altri e nel nostro, aprendoci “invisibili porte”, varcando le quali è possibile giungere a nuove domande e nuove risposte.
I sentimenti sono parte integrante dell’uomo, della vita; e, se la poesia è il mezzo migliore per indagarli, essi sono l’uno essenziale per l’altra.
Albert Einstein diceva che “due cose sono infinite: l'universo e la stupidità umana”; io penso che l’uomo sia spesso, semplicemente, inconsapevole. Ma se tale inconsapevolezza riguarda le sue emozioni, come potrà mai abbracciare quelle degli altri, capirli, sostenerli, farli sentire meni soli, in ultimo, rimanere “umano”?
La risposta, l’abbiamo a portata di mano.