- Pietro Castellini (5^INF4)
- 10 ottobre 2021
La pena di morte. Sì, sono favorevole, oppure no, sono contrario. Quante volte abbiamo sentito e udiamo tutt’ora queste affermazioni, magari provenire anche dalla nostra bocca, dette con superficialità e troppo spesso con disinteresse, come se la morte di una persona fosse solamente un problema di natura giuridica, che non ci riguarda minimamente. Ci sono temi che possono interessare più o meno di altri, alcuni ci stanno davvero a cuore, mentre su altre tematiche non sappiamo nemmeno perché avere un’idea a riguardo, una di esse penso sia sotto gli occhi di tutti: la pena di morte. Perché un ragazzo di diciassette anni dovrebbe riflettere sulla pena di morte? E ancora, perché dovrebbe formulare un’opinione a riguardo? Per vincere la guerra delle guerre, per mettere in salvo la sua di vita oltre che quella del condannato, ma andiamo con ordine. Inizierei prendendo in esame due articoli della Dichiarazione universale dei diritti dell’uomo: lo scritto più importante del mondo sulle libertà e sui diritti umani, approvata e proclamata dall’Assemblea Generale delle Nazioni Unite. Esordisco citando il terzo articolo, che recita: «Ogni individuo ha diritto alla vita, alla libertà ed alla sicurezza della propria persona». Che cosa si intende per ogni individuo? Si può estendere, nella categoria “individuo”, anche coloro che hanno violato questi diritti a danno di altri? Prima di rispondere esaminiamo il quinto articolo, dove sta scritto: «Nessun individuo potrà essere sottoposto a tortura o a trattamento o a punizione crudeli, inumani o degradanti». Si può allora non considerare un condannato a morte, che passa decine e decine di anni in attesa della sua esecuzione, un torturato? Di più, può questo supplizio, che uccide psicologicamente l’uomo, non essere valutato come la peggiore delle pene che un individuo possa mai subire? Le risposte per ogni nostra domanda ci vengono fornite nel secondo articolo della suddetta Dichiarazione: «Ad ogni individuo spettano tutti i diritti e tutte le libertà enunciate nella presente Dichiarazione senza distinzione alcuna». Tutti gli uomini godono dei diritti espressi in questo documento, anche coloro che hanno infranto le libertà e i diritti altrui, anche coloro che hanno commesso dei delitti, tutti, indistintamente. Nessuno merita di essere ucciso, perché tutti abbiamo diritto alla vita, ma non solo, nessuno merita di essere torturato o sottoposto a punizioni crudeli, inumane o degradanti, tanto meno con la tortura più atroce che l’uomo si sia mai inventato, che non riguarda il momento della morte sulla carta, ma l’attesa di essa, perché alla proclamazione della condanna l’uomo cessa di vivere. Quando un individuo conosce la data della sua morte egli è già deceduto, un uomo è vivo solo quando è ignaro del giorno della separazione dell’anima dal suo corpo. Secondo un noto giornalista e scrittore italiano, Roberto Gervaso, l’uomo è «un condannato a morte che ha la fortuna di non conoscere la data della propria esecuzione». Il privilegio naturale di non sapere il giorno in cui la nostra vita finirà è la garanzia della nostra vita stessa. Un privilegio non per tutti: penso ai malati terminali, a coloro che combattono una guerra senza vincitori né vinti, la guerra contro la fame, ma soprattutto penso ai condannati a morte. Uomini che passano giorni, mesi, forse anni, ad aspettare impotenti il momento in cui chiuderanno gli occhi per sempre. Un momento deciso a tavolino da altri uomini, proprio come noi. Sorge allora spontanea una domanda: può un uomo decidere sulla vita o sulla morte di un altro suo fratello? E secondo quali criteri dovrebbe compiere tale scelta? La Bibbia ci risponderebbe citando Giobbe (1,21): "Nudo uscii dal seno di mia madre e nudo vi ritornerò. Il Signore ha dato, il Signore ha tolto.” La nostra vita appartiene a Dio, che ha il potere di far nascere e far morire il seme della nostra esistenza, non all’uomo, egli infatti non ha, né come singolo né come Stato, nessun diritto di decidere sulla vita altrui. L’uomo è chiamato a compiere tante scelte, alcune con un peso molto elevato che condizionano la sua esistenza e quella dell’altro, ma se non disponiamo della facoltà di scegliere il male per un nostro fratello, tantomeno non possiamo mai permetterci di decidere sul dono più grande che gli è stato dato, non spetta a noi. Peccheremmo di superbia, cercheremmo di fare di noi stessi un Dio ed è bene ricordare che a differenza nostra, Egli è onnisciente. Sì, perché gli uomini sbagliano, tutti noi erriamo perché non discerniamo mai tutto fino in fondo. Quante volte chiudiamo i nostri discorsi riguardanti delle scelte da intraprendere con “Non è una questione di vita o di morte”, e se invece lo fosse? Se davvero determinasse la vita o la morte di qualcuno, allora saremmo capaci di emettere una sentenza, consapevoli di poter errare? Pensiamo a quanti innocenti sono stati e sono tutt’ora nelle carceri, ma soprattutto a quanti condannati a morte poi rivelati innocenti. Probabilmente molto più spesso di quanto si immagini la pena di morte punisce anche incolpevoli. Basti pensare che, nel secolo scorso, 350 condannati alla massima pena negli Stati Uniti, vennero poi riconosciuti innocenti, di questi 25 erano già stati giustiziati, mentre altri erano stati, per decine e decine di anni, nei penitenziari. Toccante è la storia di George Stinney jr, il più giovane condannato a morte nella storia degli Stati Uniti, un ragazzino di colore ucciso sulla sedia elettrica per un duplice omicidio nel 1944, ma dichiarato innocente settant’anni dopo. «Ricorderò per sempre quel giorno in cui hanno portato via mio fratello da casa… non ho mai più visto mia madre ridere» dichiarò la sorella di George, Amie Ruffner, dopo l’annullamento della condanna. Si tratta di una vita troncata per errore a quattordici anni, una famiglia distrutta da un dolore, che non basterà una vita a placare. Una vita non torna indietro, lo sa bene anche Sakae Menda, condannato a morte e rilasciato trentatré anni dopo, dopo aver vissuto un’esistenza in attesa dell’esecuzione, sempre se questa trepidazione della morte si può chiamare vita, o come detto precedentemente, è essa la morte stessa. Tuttavia, qualcuno potrebbe anche trascurare le situazioni appena citate, giustificando la condanna a morte perché sarebbe un deterrente per i crimini. Ciononostante, non esiste alcuno studio che possa affermare che la pena di morte abbia un potere deterrente, anzi, ci sono stati contesti in cui, con la sospensione di tale pena, il tasso di criminalità è diminuito, come per esempio in Giappone, tra il 1989 e il 1993. Risulta difficile anche credere che i supplizi, inflitti ai reati come gli omicidi, possano avere potere deterrente, perché sono crimini compiuti in una serie di circostanze che annebbiano la mente e l’animo umano, e il timore della morte, dopo aver compiuto tali azioni, non sarebbe di certo un freno per gli assassini. Circostanze che si costruiscono nella società di cui lo Stato non è esente da colpe; infatti, dietro ad ogni crimine, c’è una situazione in cui quest’ultimo ha mancato in qualcosa, dall’educazione dell’individuo al sostegno che esso avrebbe avuto bisogno. E se lo Stato è corresponsabile, anche in piccola parte, di ciò che un uomo compie, come può decidere di condannarlo a morte per le sue azioni, quando lo Stato stesso è parzialmente imputabile per esse? Siamo sempre soliti a interpellare lo Stato, ma concretamente cosa si intende con questo termine? Spesso parliamo dello Stato con distacco, quasi estraniati da esso, quando invece parliamo proprio di noi, sì di noi. Lo Stato è composto da ogni singolo cittadino, l’Italia non è solo la penisola a forma di stivale avvolta dal Mar Mediterraneo, ma è l’insieme di oltre 60 milioni di donne, uomini e bambini. E di conseguenza ogni azione di esso è come se fosse compiuta anche da noi, un corpo di cui siamo membra, delle volte in modo attivo, mentre in altre occasioni passivamente. Uno Stato che condanna a morte è uno Stato che uccide, e noi siamo in parte colpevoli di questo delitto. Alla morte non c’è rimedio, perché non si può ridare la vita e quando si uccide si uccide dapprima se stessi perché si smette di essere umani. È questa la fine a cui vorremmo andare incontro? Un suicidio inconsapevole del nostro essere umani? Ecco perché un ragazzo di diciassette anni, così come ogni uomo sulla terra, dovrebbe almeno interessarsi a una questione letteralmente, e non per enfatizzare, di vita o di morte, come già ribadito, ma che ora si rafforza, perché la vita in gioco non è solo quella dell’altro ma soprattutto la nostra. La nostra vita e quella del condannato a morte sono come due fili legati insieme, che la più vecchia della Mòire, Atropo, non può decidere di reciderne uno senza inesorabilmente spezzare l’altro. Due fili legati assieme di pari dignità: “Ogni vita è sacra, ogni persona umana è dotata di una inalienabile dignità, e la società può solo beneficiare dalla riabilitazione di coloro che sono condannati per crimini” disse davanti al Congresso degli Stati Uniti Papa Francesco, che poi aggiunse: “Tutti hanno la possibilità di redimersi e reinserirsi nella società, per la vittoria collettiva e della stessa giustizia”. Siamo pronti a combattere questa battaglia o la diamo vinta alla morte, un’arma comoda che non sradica il male dalla società, come non basta strappare superficialmente una pianta per farla appassire, perché resteranno nella terra le sue radici, che porteranno di nuovo delle erbacce. Una battaglia che non si vince riponendo la spada nel fodero, ma squarciando il cappio della morte.